Ripensare il problema della plastica

Le domande dell’intervista
Toni Kienberger è fondatore e CEO di Ocean Material, azienda nata nel 2020 che lavora a nuovi modelli circolari per la plastica in tutto il mondo. Nell’intervista spiega perché il nostro sistema di riciclo è impostato male alla radice, perché «riciclabile» è spesso soltanto un’etichetta e come una nuova tecnologia renda recuperabili proprio quei flussi di plastica finora trascurati dal sistema.
Intervista del 4 novembre 2025. Traduzione italiana dell’originale tedesco approvato. I piani e le aspettative descritti riflettono quel periodo. Prestazioni, costi e benefici ambientali rappresentano potenziali di sviluppo, non specifiche industriali verificate.
Signor Kienberger, quanto è grande il problema della plastica?
Kienberger: «Parliamo di riciclo da oltre 30 anni, eppure l’inquinamento da plastica aumenta ogni anno. Oggi produciamo oltre 350 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica all’anno e, a livello globale, ne ricicliamo appena il nove per cento circa. Non perché non saremmo capaci di farlo, ma perché la maggior parte dei flussi di rifiuti è troppo grande, troppo eterogenea o troppo costosa da trattare. Il nostro sistema è ottimizzato per le piccole frazioni pulite, non per la massa. Questo genera un equivoco che dobbiamo correggere con urgenza: “riciclabile” non significa affatto che venga riciclato. Al supermercato quasi ogni imballaggio ci sorride con la parola “recyclable”, suggerendo che il problema sia risolto. Ma se non è economicamente conveniente, anche ciò che è “riciclabile” finisce nell’inceneritore, in discarica o nell’ambiente.»
Il riciclo è quindi più apparenza che sostanza?
Kienberger: «Il riciclo è importante e ne abbiamo bisogno ancora di più. I nostri partner del riciclo fanno un lavoro straordinario. Ma operano in un sistema pensato soltanto per le piccole frazioni pulite. Gran parte del resto, cioè flussi misti, sporchi e complessi, è difficilmente trattabile in modo economicamente sostenibile. Eppure per decenni il riciclo è stato venduto come la salvezza. Era la soluzione più comoda: facile da comunicare politicamente, compatibile con l’economia e senza rinunce per la società. Così si è creata l’illusione di avere il problema sotto controllo, quando avevamo risolto soltanto la parte più semplice.»
«Il problema non è che il riciclo non funzioni, ma che ci aspettavamo che risolvesse tutto.»
Perché è così difficile affrontare il problema?
Kienberger: «Perché gli interessi economici, politici e sociali puntano tutti nella stessa direzione: la crescita. Sul piano economico veniamo misurati attraverso il PIL, su quello politico attraverso la prossima rielezione e, sul piano sociale, viviamo da decenni in una cultura del consumo. Siamo letteralmente dipendenti dalla crescita. E questo ha un’origine: per decenni nelle università di economia e nei programmi di management si è insegnato che la crescita è l’indicatore centrale. È con questa mentalità che si sono formati i decisori oggi ai vertici di aziende, associazioni e politica. Se la crescita è il parametro più importante, le decisioni si concentrano automaticamente su soluzioni che non mettono in discussione il consumo. Il riciclo si inseriva perfettamente in questa narrazione: prometteva risultati senza andare alla radice. Per questo ci siamo occupati così a lungo della parte più comoda del problema, invece di affrontare i temi difficili: prevenzione, riduzione e progettazione onesta dei prodotti.»
«La circolarità inizia dalla progettazione, non dai rifiuti.»
Questo non impone anche a noi consumatori di acquistare più prodotti riciclati?
Kienberger: «Non credo che possiamo risolvere il problema scaricandolo sui consumatori. Le persone vogliono sostenibilità, ma anche comodità, funzionalità e un prezzo equo. Soprattutto nei periodi economicamente difficili diminuisce la disponibilità a pagare di più. È normale e umano. Perciò i prodotti sostenibili devono essere così validi, comodi e competitivi nel prezzo da affermarsi. Non perché qualcuno si senta in colpa, ma perché rappresentano la scelta migliore.»
«La sostenibilità funziona soltanto se è comoda, valida e competitiva nel prezzo.»
Che cosa l’ha spinta a decidere di fare qualcosa contro i rifiuti di plastica?
Kienberger: «Sono cresciuto a sud di Monaco, lontano dal mare ma con un grande amore per la natura. Ho scoperto presto le immersioni e il surf, inizialmente nei laghi di montagna e nei fiumi. L’acqua non mi ha mai lasciato. La vera svolta è arrivata dopo: ho vissuto quasi 15 anni a Hong Kong. Da lì viaggiavo continuamente nel Sud-est asiatico, lungo le coste, nei villaggi e sui fiumi. Lì si vede il problema della plastica con un’intensità che in Europa è difficile immaginare: spiagge su cui ogni giorno si riversano rifiuti, fiumi che trasportano imballaggi come nastri trasportatori. E, allo stesso tempo, persone che cercano di ricavare un reddito dalla parte vendibile dei rifiuti. Ho quindi organizzato delle raccolte: importanti per sensibilizzare, ma mi sono accorto presto che toglievamo i rifiuti senza risolvere nulla. Il giorno dopo era di nuovo tutto pieno. Soprattutto, raccoglievamo sempre e soltanto ciò che aveva valore. Il resto rimaneva lì. Non riuscivo più a smettere di pensarci.»
In che senso?
Kienberger: «Quando un raccoglitore informale di rifiuti passa accanto a una bottiglia in PET, la prende. Ma passa oltre un imballaggio multistrato o un sacchetto di plastica. Perché? Semplicemente perché nessuno lo paga per prenderli. Finché manca un incentivo economico, proprio quei flussi continueranno a essere ignorati o finiranno nei fiumi e nel mare. Ho quindi fondato Ocean Material con l’obiettivo di trasformare materiali provenienti dall’ambiente marittimo in materie prime di valore per i marchi. A un certo punto, però, è diventato chiaro che anche così raggiungevamo soprattutto la parte “più preziosa” della plastica. Il resto, quella frazione difficile da riciclare che nessuno vuole, rimaneva il problema. E non potevo voltarmi dall’altra parte. Così ho iniziato a cercare nuove strade insieme a ingegneri e università. Soluzioni sensate non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche economico. Perché soltanto così possono crescere su scala industriale.»
Insieme a MeSentia AG e ai ricercatori di Inspire AG state lavorando a una nuova tecnologia che rende utilizzabili proprio i flussi di plastica oggi considerati «non riciclabili». Può spiegare come funziona?
Kienberger: «Il nostro approccio colma una lacuna che finora nessuno era riuscito a risolvere. Trasformiamo quel 60–70 per cento di plastica “non riciclabile” in un materiale di alta qualità, compatibile con cicli di recupero, con un basso consumo energetico e in modo economicamente conveniente. Oggi il riciclo funziona bene per i materiali monomateriale, ma gran parte del resto rimane inutilizzata perché recuperarla non conviene. Possiamo trattare direttamente proprio quei flussi di rifiuti che oggi vengono trascurati quasi ovunque: imballaggi multistrato, film sporchi e miscele di fibre tessili. In breve, tutto ciò che è troppo complesso o troppo contaminato per essere riciclato economicamente nel sistema esistente. E ci riusciamo senza complesse operazioni di selezione e lavaggio, senza il passaggio intermedio attraverso i granuli e senza estrusione ad alto consumo energetico. Questo consente di risparmiare enormi quantità di energia, CO₂ e, aspetto decisivo, costi.
«Finché la parte più difficile non sarà conveniente, resterà inutilizzata. È proprio questo che cambiamo.»
Il risultato è un composito fibroso leggero e stabile, con un potenziale molto elevato di risparmio energetico e di CO₂: nelle prime analisi, in alcuni casi, il rapporto rispetto ai processi convenzionali per la plastica o alla produzione del legno raggiunge perfino fattori a due cifre. Allo stesso tempo possiamo recuperare il materiale a fine vita con la stessa macchina, quasi senza perdite di materiale. Una prima applicazione sono i pallet. Pesano circa la metà dei pallet in legno e soddisfano gli stessi requisiti industriali di portata e stabilità, con costi nettamente inferiori. Creiamo così una soluzione convincente sia sul piano ambientale sia su quello economico.»
Sembra quasi troppo bello per essere vero.
Kienberger: «Lo pensavo anch’io. Per questo, per due anni, non abbiamo parlato di questa tecnologia: abbiamo fatto prove, scartato soluzioni, costruito prototipi, sottoposti a carico, misurati e sviluppati ulteriormente. Ed è importante sottolineare che non è l’idea di una sola persona. È uno sviluppo congiunto tedesco-svizzero. Senza gli ingegneri di MeSentia AG e i ricercatori di Inspire AG, un’organizzazione di ricerca legata all’ETH di Zurigo, questa soluzione non esisterebbe.»
Perché proprio i pallet?
«Dal materiale che oggi nessuno vuole realizziamo un prodotto di cui tutti hanno bisogno.»
Kienberger: «I pallet sono un punto di partenza perfetto, sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico. Ogni anno nel mondo vengono utilizzati oltre 5 miliardi di pallet, spesso per pochi cicli soltanto. Allo stesso tempo abbattiamo milioni di alberi per produrli, benché il legno sia una materia prima preziosa, molto più utile in applicazioni durevoli.
«I pallet non sono un prodotto affascinante, ma sono una leva enorme.»
I pallet sono standardizzati, hanno requisiti qualitativi chiari e devono essere leggeri e stabili. È proprio qui che il nostro composito fibroso esprime la sua forza. Creiamo così un triplice vantaggio: recuperiamo rifiuti difficili, proteggiamo le foreste e offriamo all’industria una soluzione economica che può crescere di scala fin dal primo giorno.»
Da dove proviene la plastica utilizzata per produrre questi pallet?
Kienberger: «Lavoriamo proprio con i flussi di rifiuti per i quali il sistema attuale raggiunge i suoi limiti e per i quali finora non esisteva un percorso di recupero economicamente conveniente. Soprattutto rifiuti costieri, fluviali e industriali. In breve, affrontiamo il problema dove finora nessuno aveva una soluzione.»
Quando sarà pronta la prima macchina?
Kienberger: «Il processo è tecnicamente validato e sta entrando nella fase di industrializzazione. Stiamo preparando la costruzione della prima macchina industriale. Il calendario è ambizioso ma realistico: puntiamo alla metà del 2026.»
Con la vostra tecnologia si possono realizzare anche prodotti diversi dai pallet?
Kienberger: «Sì. Il pallet è soltanto il punto di partenza, perché ha senso sul piano ambientale ed economico. In seguito il materiale potrà essere impiegato anche in altre applicazioni, per esempio elementi edilizi, barriere antirumore o sistemi modulari.»
Come finanziate il progetto?
Kienberger: «Finora attraverso una combinazione di partner strategici, fondi privati e programmi di finanziamento. Per l’industrializzazione stiamo preparando il primo round di finanziamento.»
Ci sono già soggetti interessati?
Kienberger: «Sì, l’interesse c’è, soprattutto da parte di riciclatori del Sud-est asiatico e dell’Europa che oggi sostengono costi di smaltimento proprio per queste frazioni. Per loro una voce di costo diventa improvvisamente un modello di business: è naturalmente interessante.»
La BBC ha riferito recentemente della chiusura di diversi impianti di riciclo della plastica in Europa. La vostra tecnologia non arriva quindi al momento giusto?
«Il riciclo non è mai stato il Santo Graal, ma senza di esso nemmeno l’economia circolare può funzionare.»
Kienberger: «È un tassello, non la soluzione a tutto. Abbiamo bisogno del riutilizzo e della riduzione, ma anche del riciclo per quel difficile 60–70 per cento restante. La nostra tecnologia rende economicamente recuperabile proprio questa parte. Se non sblocchiamo questa leva, non chiuderemo alcun ciclo, per quante misure possiamo discutere.»
Dove vede la maggiore necessità di intervento?
Kienberger: «In Europa si parla molto di economia circolare. Ma si parla poco del fatto che dal 2023 è stato dismesso circa un milione di tonnellate di capacità di riciclo. È pericoloso, perché senza infrastrutture non esiste circolarità. Le ragioni sono chiare: alti costi energetici e del lavoro, materiale vergine a basso prezzo e soprattutto una domanda insufficiente. Se il riciclato è più costoso e comporta rischi qualitativi, l’industria razionalmente sceglie altro. La differenza si vede con altri materiali: per alluminio e vetro la circolarità funziona perché il riciclo è economicamente interessante. Per le plastiche, invece, il materiale riciclato costa spesso il 20–50% in più. Se non conviene, la capacità di riciclo viene ridotta. Il riciclo quindi non crolla perché non lo vogliamo, ma perché manca la convenienza economica. È proprio da lì che dobbiamo partire.»
L’UE prevede di mantenere in circolo entro il 2030 il doppio dei materiali rispetto a oggi. È un obiettivo realistico o troppo ambizioso?
Kienberger: «Raddoppiare il tasso di circolarità è assolutamente possibile, ma soltanto se la regolamentazione rimane coerente e non viene annacquata. Nella legislazione dell’UE è normale che i singoli settori facciano sentire la propria voce: fa parte del processo politico. L’importante è che, alla fine, le regole funzionino davvero e non contengano tante eccezioni da annullarne l’effetto. Ci sono approcci validi: il PPWR, il nuovo regolamento sugli imballaggi, va nella direzione giusta. Si vede che alcuni punti sono stati indeboliti dagli interessi di singoli settori, ma l’orientamento generale è corretto. Sarà decisivo rendere realmente misurabile la circolarità e fare in modo che le imprese che sviluppano buone soluzioni ne traggano beneficio.»
A chi attribuisce la responsabilità?
Kienberger: «La responsabilità è condivisa. Ma la politica deve creare condizioni nelle quali la circolarità sia economicamente sensata. Oggi la plastica vergine è spesso più economica e qualitativamente più stabile del riciclato. Finché questo non cambia, la circolarità resta uno svantaggio competitivo. Non servono nuovi oneri burocratici, ma incentivi efficaci e destinati a uno scopo preciso. Un esempio sono i modelli EPR, cioè la responsabilità estesa del produttore. È fondamentale che il denaro non scompaia nel bilancio dello Stato, ma confluisca direttamente nelle strutture di raccolta, ritiro e riciclo, là dove il ciclo prende davvero forma. E un punto è centrale: l’economia circolare deve funzionare a livello locale. Esportare il problema non serve. Dichiarare un materiale “riciclabile” non significa che all’estero venga effettivamente riciclato. Cambia soltanto la statistica, non la realtà.
«L’economia circolare deve creare valore locale: occupazione, innovazione e orgoglio.»
Per essere efficace, l’EPR deve premiare l’innovazione, non penalizzarla. Le imprese che progettano per la circolarità devono essere agevolate. Dovrebbero diventare più costosi soltanto gli imballaggi inutili o non riciclabili nella pratica. Così nasce un mercato equo e l’economia circolare crea valore reale sul territorio: occupazione, innovazione e orgoglio.»
Non è a volte frustrante vedere ciò che non funziona? Che cosa la motiva a continuare?
Kienberger: «All’inizio mi motivava soprattutto il fatto di non voler più assistere al crescente inquinamento dell’oceano che amo. A un certo punto ho capito che tutto ciò che avevo fatto fino ad allora, la mia formazione economica, i miei hobby e le mie esperienze professionali, improvvisamente convergeva. Questa chiarezza mi ha sostenuto. Sì, a volte è frustrante, ma lamentarsi non aiuta. Il cambiamento nasce soltanto continuando ad agire.»
Lei è imprenditore, padre di tre figli e dedica tempo all’educazione.
Kienberger: «Interveniamo soprattutto dove mancano infrastrutture di riciclo e dove la consapevolezza può fare la differenza maggiore. Finora abbiamo realizzato quasi 600 laboratori. Tutti gratuiti, resi possibili da partner e sostenitori. Creano conoscenza e soprattutto orgoglio locale: non “siamo noi il problema dei rifiuti”, ma “possiamo essere parte della soluzione”.
«La tecnologia cambia le strutture; l’educazione cambia gli atteggiamenti. Abbiamo bisogno di entrambe.»
Nel 2025 abbiamo avviato la Circular Roadshow, un’aula mobile che mostra a bambini e ragazzi come nasce l’inquinamento da plastica e come si possono costruire cicli circolari. Il primo programma si svolge nelle Filippine, direttamente nelle comunità più colpite.»
Come vede il futuro della vostra innovazione?
Kienberger: «Come un tassello di un sistema che permette alle persone di costruire i propri cicli dei materiali. Partiamo dai pallet perché la leva è grande, ma in seguito il materiale potrà entrare in molti ambiti: edilizia, logistica, mobili e sistemi modulari. Nel lungo periodo vedo un modello che funziona localmente, è economicamente sostenibile e permette ai Paesi di risolvere i propri problemi di rifiuti, invece di esportarli.»
Ulteriori informazioni su tecnologie, progetti e programmi educativi sono disponibili su Ocean Material.
Domande di Markus Vögele.
Per continuare
- Leggete il seguito dell’agosto 2026 sul riciclo e sugli imballaggi riciclabili.
- Scoprite lo sviluppo della tecnologia di riciclo e la gamma di materiali.
- Scoprite la Circular Roadshow e i programmi educativi.
Altre letture: Markus Vögele racconta Ocean Material anche sulla Berliner Zeitung.
Leggete l’articolo del 21 settembre 2025 (in tedesco) →
Fonte di riferimento
I dati globali sui rifiuti e sul riciclo si riferiscono al 2019, come riportato nell’OECD Global Plastics Outlook.



