La biodiversità nell’oceano profondo

DI GEORGINA PAXMAN | EARTH.ORG | 23 LUGLIO 2020 | 5 MIN
La biodiversità dell’oceano profondo affronta minacce inevitabili dalla crisi climatica, secondo uno studio
Come influirà la crisi climatica sulla biodiversità delle profondità oceaniche? In uno studio pubblicato su Nature Climate Change, i ricercatori hanno rilevato che, persino nello scenario di emissioni più ottimistico, nei prossimi decenni il riscaldamento antropogenico accelererà nell’oceano profondo. È una minaccia seria per la biodiversità di ecosistemi da cui molte persone dipendono per il proprio sostentamento.
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Si tende a pensare che, poiché la superficie si riscalda due volte più rapidamente delle acque profonde, definite nello studio come quelle oltre i 200 m, il rischio per la biodiversità sia molto ridotto negli habitat meno esplorati. Uno studio internazionale guidato dall’Università del Queensland mette in discussione questa idea, mostrando un’esposizione maggiore del previsto.
I ricercatori hanno analizzato le velocità climatiche orizzontali, che misurano la rapidità con cui le specie migrano lateralmente per raggiungere temperature più favorevoli. Le misure riguardano quattro livelli: superficie, 0–200 m; mesopelagico, 200–1.000 m; batipelagico, 1.000–4.000 m; abissopelagico, oltre 4.000 m.
Analizzando cinquant’anni di dati, il team ha rilevato che tra il 1955 e il 2005 le velocità climatiche erano maggiori nelle acque profonde che in superficie.
I modelli indicano inoltre un’accelerazione a tutte le profondità tra il 2050 e il 2100. Anche nello scenario RCP 2.6, il più ottimistico, con emissioni in calo dal 2020 e pari a zero nel 2100, le velocità dovrebbero aumentare: alcune minacce future alla biodiversità potrebbero essere inevitabili.
Anthony Richardson, professore dell’Università del Queensland e ricercatore senior dello studio, sottolinea che «date le immense dimensioni e profondità dell’oceano, il calore già assorbito in superficie si mescolerà alle acque profonde». La vita marina profonda affronterà quindi minacce crescenti fino alla fine del secolo, indipendentemente dalle azioni intraprese oggi.
Nello scenario RCP 2.6, le velocità climatiche dello strato mesopelagico aumenterebbero di sette volte, fino a quattro volte quelle superficiali; nello strato abissopelagico sarebbero cinque volte e mezzo quelle oggi osservate in superficie. Nello scenario di emissioni più elevate, RCP 8.5, con crescita per tutto il secolo, lo strato mesopelagico potrebbe registrare velocità oltre venti volte maggiori delle attuali. Le specie subirebbero quindi forti redistribuzioni spaziali e dovrebbero migrare molto più rapidamente per trovare temperature favorevoli.
Come il cambiamento climatico influenza il mare profondo
La crisi può spostare notevolmente la distribuzione delle specie. La maggior parte migra verso i poli, compromettendo i complessi legami delle reti alimentari e la biodiversità mondiale. La redistribuzione può avere anche effetti socioeconomici sui servizi ecosistemici, come le rese della pesca.
Gran parte delle acque sotto la superficie ha temperature relativamente stabili. Le specie vi si sono adattate e sono particolarmente vulnerabili anche a piccoli cambiamenti. Il coautore Jorge García Molinos afferma: «I nostri risultati suggeriscono un rischio maggiore per la biodiversità profonda, adattata ad ambienti termici molto più stabili».
Sappiamo però ancora poco delle risposte della biodiversità sotto la superficie. La ricerca si è concentrata sulle acque che si scaldano più rapidamente, per cui le conoscenze sulla riorganizzazione spaziale riguardano soprattutto i primi 200 m.
Confrontando l’entità della velocità climatica con la ricchezza di specie si possono individuare le aree più a rischio. Il confronto può anche evidenziare possibili rifugi climatici, importanti per la conservazione.
Le reti alimentari devono affrontare non solo velocità maggiori, ma anche direzioni diverse a ogni profondità, che minacciano i collegamenti verticali. In superficie prevale lo spostamento verso i poli; in profondità le direzioni sono molteplici. Le specie che dipendono da organismi di altri strati possono incontrare gravi difficoltà, con ripercussioni sull’intera rete alimentare.
Il primo autore Isaac Brito-Morales, dottorando all’Università del Queensland, spiega: «La velocità climatica cambia non soltanto in rapidità, ma anche in direzione alle diverse profondità. Questo pone enormi sfide alla progettazione delle aree protette».
Lo strato mesopelagico affronta il cambiamento maggiore. È preoccupante perché ospita moltissimi piccoli pesci del genere Cyclothone, tra i vertebrati più comuni al mondo. Forniscono biomassa alla pesca di tonni e calamari e trasferiscono carbonio in profondità attraverso respirazione ed escrezione. Questo ruolo importante affronta rischi crescenti e incerti negli scenari di riscaldamento.
Negli strati batipelagico e abissopelagico, alla velocità climatica crescente si aggiunge la diminuzione del pH e dell’ossigeno, ulteriore minaccia per le specie residenti.
Servono cooperazione internazionale e un approccio interdisciplinare. Richardson suggerisce, oltre al contrasto alla crisi climatica, nuove aree protette profonde e controlli sull’estrazione mineraria dei fondali e sulla pesca a strascico.
Le acque profonde occupano regioni remote e disabitate, spesso fuori dalle giurisdizioni nazionali. Riconoscere una responsabilità globale è essenziale per conservarle e mitigare gli effetti climatici sulla biodiversità di alcuni degli ecosistemi più misteriosi della Terra.
Questo articolo è apparso originariamente su Earth.Org ed è ripubblicato nell’ambito di un accordo editoriale.
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